Consegnato in Comune il Manifesto degli artigiani di pace

Il discorso del Parroco in Consiglio Comunale

Prima di tutto grazie per aver accolto il nostro invito a questo incontro.

Vi vogliamo consegnare il MANIFESTO DEGLI ARTIGIANI DI PACE che ragazzi, famiglie, adulti ed anziani hanno composto serata per serata durante il mese di gennaio.

L’idea nasce dall’invito del nostro Arcivescovo ad iniziare l’anno del Giubileo come tempo di riposo dalle attività ordinarie (“La terra, le persone, le istituzioni, la gente…è stanza…occorre un riposo rigenerante…”): abbiamo perciò sospeso tutto in parrocchia per un mese.

E tutte le sere, per rispondere all’appello del Papa ad individuare e creare percorsi di educazione alla pace, abbiamo intervistato persone su posizioni differenti per dialogare sulla pace (alcune di loro sono qui presenti).

Sono nati così dei piccoli video che abbiamo trasmesso in streaming e attraverso questi, con piccole frasi, è nato questo manifesto.

Ma il cammino fatto ci ha permesso non solo di educare alla pace, ma di farci educare ad una cultura di pace, perché senza offrire percorsi che educhino alla pace rischiamo di trasmettere alle giovani generazioni un mondo bellicoso, segnato dal terrorismo e dalla violenza. Rischiamo di trasmettere loro la guerra come strumento per risolvere i conflitti o per affermare i propri interessi.

La sfida di oggi è quella del convivere tra diversi: vivere insieme, incontrarsi, tra persone di cultura, religione, visioni della vita diverse. Come far in modo che la diversità non diventi contrasto, opposizione preconcetta, polarizzazione violenta delle diverse posizioni?

È da questa realtà che nasce il desiderio della pace, intesa non solo come assenza di conflitti (certamente anche!), ma appunto come convivenza quotidiana.

Qual è la strada che un artigiano di pace dovrebbe percorrere?

L’evidenza che ci proviene sempre più oggi dalle scienze sociali non lascia alcun dubbio: non siamo solo homo economicus che ha bisogno di reddito e consumo. Dal grido di disperazione dell’ultimo rapper fino al prodotto culturale più sofisticato, apprendiamo di essere soprattutto “uomini integrali”, bisognosi di qualità di vita e di relazioni, di generatività, di connessione con qualcosa più grande di noi. Una società fatta solo di libertà”, di legalità” e di “uguaglianza”senza fraternità è una società disumana.

Si tratta cioè di farsi prossimo, di chiedersi: “chi sei tu per me?”

Allora pace significa ascoltare con l’orecchio del cuore, anche l’avversario politico: dialogare con lui per ricomporre le spaccature, con creatività fare il primo passo, senza preconcetti mettersi nei panni dell’altro e rispettare profondamente la sua visione. Allora la polarizzazione può diventare spazio per un dialogo sincero, che diventerà costruttivo per nuove soluzioni, anche quando i limiti umani e i fallimenti sembrerebbero impedirlo.

Le religioni hanno in comune una regola che il libro del Levitico così sintetizza: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Possiamo allargare il concetto: ama la patria altrui come la propria. Di più: amare la parte politica altrui come la propria.

Senza rinunciare alle proprie visioni, ma facendo insieme un passo per un oltre che si chiama pace, bene comune, fraternità universale.

In questi due anni di guerra sono stato personalmente più volte in Israele e Palestina. E mi sono convinto che la soluzione non sta solo in un cessate il fuoco delle armi, ma nelle relazioni e nelle coscienze. Che una pace sarà possibile solo se ciascuna delle parti in gioco sarà disposta a “perdere” qualcosa per costruire una relazione che possa con creatività trovare nuove strade.

Così è tra noi. La pace si realizza solo nell’imparare a perdere; nel non giudicare negativamente la visione dell’altro solo per un previo pregiudizio: non perché sono all’opposizione lamaggioranza ha sempre torto, e non perché sono nella maggioranza l’opposizione ha sempre torto.

Credo che anche questo Consiglio possa diventare, se decide di seguire questa logica, una fucina di artigiani di pace.

Questo mi auguro e questo, coloro che hanno sottoscritto questi manifesti, si attendono da tutti noi insieme.

Grazie

don Paolo

Non rinunciano a credere che la pace è la migliore condizione di esistenza per i popoli. Anzi l’unica veramente umana e degna.

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